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DA_siteadmin | Democrazia Affettiva
  • DEMOCRAZIA AFFETTIVA®

    teorie e buon pratiche per fare della scuola
    uno spazio dove tutti stanno bene

    di

    Renato Palma, Lorenzo Canuti, Giulia Lensi, Anna Maria Palma, Gianni Spulcioni

    Molti studenti, piccoli o grandi che siano, associano alla scuola una sensazione non gradevole. Di loro non sono pochi ad abbandonarla.

    Quelli che decidono di restare raccontano, sempre più spesso, di convivere con l’ansia e con la paura di stare in un ambiente dove c’è troppa tensione, dove vengono continuamente criticati e misurati: questo li porta a temere o di essere o stupidi o non abbastanza capaci di fare quello che viene loro chiesto. Occorre ricordare che a soffrire del senso di inadeguatezza e di ansia sono anche quelli considerati dai loro insegnanti come i più bravi.

    Molti docenti, anche quelli più disponibili a mettersi nei panni dei loro compagni di apprendimento, sono persuasi che sia normale che le prove della vita, comprese interrogazioni e compiti a scuola, debbano creare un po’ d’ansia: affermano che, anzi, sia salutare questo disagio perché mette loro addosso la giusta tensione che li aiuta a mantenere la concentrazione.

    Poi succede che qualcuno faccia due conti e si accorga che ci sono studenti, non pochi, che soffrono di attacchi di panico, o si bloccano di fronte a un esame, o abbandonano la scuola.

    E questo succede sempre più presto nel percorso che noi adulti abbiamo immaginato per aggregarli al nostro gruppo.

    C’è poi un altro piccolo problema: la scuola non è ancora un posto per noi.

    Gli adulti lo immaginano come un luogo di noi, da una parte, e di loro, dall’altra.

    Noi che ci lamentiamo della fatica che ci fanno fare loro. Loro che si lamentano della fatica che gli facciamo fare noi.

    Il progetto della Democrazia Affettiva, https://sofia.istruzione.it/, che immagina la scuola come uno spazio affettivo nel quale sia possibile sperimentare quanto è bello e interessante fare, imparare e stare insieme, cerca di dare una risposta alla domanda di relazione che ci rivolgono i ragazzi e alla domanda di minore fatica che viene dai docenti nello svolgimento del loro compito.

    Questa figura, che disegna un circolo virtuoso, spiega bene cosa succede di solito nella relazione educativa, ma propone anche un cambiamento fondamentale nel modo di stare insieme.

    Nella maggior parte dei casi gli adulti partono dall’idea che una Buona Educazione sia la base per creare una Buona Relazione. Quindi intervengono correggendo, indirizzando, dando regole, perché pensano che i bambini (e i ragazzi) vadano prima di tutto educati e che questo risultato debba essere raggiunto nel minor tempo possibile e senza nessun cedimento. I bambini mostrano di non gradire quello che noi proponiamo loro. Noi pensiamo che piangeranno un po’, ma poi si abitueranno (visto che non hanno alternative).

    In questo lavoro faticosissimo per noi, e doloroso per loro, si creano due effetti collaterali.

    Il primo: la rottura dei vincoli di fiducia e quindi la possibilità di essere di aiuto ai ragazzi quando vivono difficoltà gravi.

    Il secondo: un attrito che inizialmente vinciamo con piccole dosi di forza, ma che nel tempo, diventa paralizzante.

    Il circolo diventa invece virtuoso se cambia il nostro punto di partenza (e si sovrappone a quello dei bambini, che manifestano fin dalla nascita un gran desiderio di stare con noi).

    Una delle regole che si dà la democrazia affettiva è che nessun obiettivo da raggiungere vale un peggioramento della relazione.

    Se, attraverso scelte culturali, noi stiamo con i nostri giovanissimi e giovani compagni di apprendimento con pazienza, intelligenza e generosità, succede quello che vediamo nella figura, perché sappiamo che se il punto di partenza con loro è avere una buona relazione (che loro imparano attraverso l’esperienza diretta), il risultato sarà soddisfacente per tutti: infatti una buona relazione fa fare poca fatica, rende piacevole lo stare insieme, produce una buona educazione, fa sì che l’apprendimento sia piacevole per tutti.

    Questo diventa più facile se diamo alla scuola la definizione di paese affettivo, dal quale sia esclusa la scortesia e di conseguenza l’uso della forza.

    In questo modo possiamo imparare tutti, residenti e nuovi arrivati, a creare un modo di vivere che non sia semplicemente l’adattamento a quello che ci accoglie (sarebbe la fine della storia dell’umanizzazione) ma il modo più alto di declinare l’affetto: la creazione della cultura della collaborazione e della rinuncia alla forza.

    http://www.training-agency.centromachiavelli.it/it/la-scuola-uno-spazio-privilegiato-nel-quale-costruire-insieme-una-democrazia-affettiva%C2%AE

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  • Scegliere di morire, quando non si può più tollerare di vivere

    Molti, troppi, decidono di togliersi la vita, in modo tragico, violento. Lo fanno annunciandolo o improvvisamente. Lo fanno senza chiedere il permesso o l’aiuto a nessuno.

    E noi consideriamo disumano il loro modo di lasciare la vita. Forse meno disumano del prezzo pagato per vivere. Certo avremmo preferito che non lo facessero. Almeno che non morissero con quella rabbia. Quella determinazione. Da soli. 

    Chi invece non vuole più vivere, ma non ha la forza o il coraggio di maltrattarsi ancora una volta, un’ultima volta, cosa deve fare? Continuare a soffrire o provare a chiedere un aiuto? 

    Di queste persone, almeno in Italia, non se ne può ancora parlare.
    Il contatto con la violenza e la brutalità dell’atto di chi muore per sua scelta fa nascere una domanda.

    Cosa significa essere umani? 

    E ancora, è possibile trattare umanamente una persona a noi cara nel momento della massima, dolorosissima difficoltà della decisione ultima?

    Di questo parliamo quando parliamo di suicidio assistito.

    La sentenza della Cassazione non considera reato accompagnare amorevolmente coloro la cui sofferenza è certificata da equipe di medici, e che, prigionieri del proprio corpo, non hanno nessuna possibilità di agire da soli.

    Ora è necessaria una legge a loro tutela, soprattutto a loro tutela, e che liberi anche i medici dal sentirsi obbligati a fare qualcosa che non vogliono fare.

    Una legge toccata da sentimenti di solidarietà, di umanità, di immedesimazione con chi non ha altra possibilità che sperare di trovare qualcuno che lo liberi dalla sua impotenza.

    Una legge che affermi che disumana è la violenza, umana la compassione.

  • Una giornata di scuola: la prima. 

    Un ragazzino di tredici anni si sta avvicinando all’ingresso, e già questa è una bella notizia. Ha un grappolo di treccine blu elettrico sulla testa e una chiostra di rasatura intorno. 

    La preside lo vede, gli va incontro:

    “Ma lo sai che ti sta proprio bene questa pettinatura? Immagino che ti ci sia voluto un sacco di tempo e un bel po’ di attenzione e di cura per pettinarti così.”

    “Si. Sono molto fiero del risultato e mi fa piacere che anche lei lo apprezzi.”

    “Abbiamo un problema però. Sai che il regolamento scolastico vieta di entrare in classe pettinato così.”

    “E lo so preside, questi regolamenti ci rendono la vita molto difficile: è vietato questo, non è consentito quello. Tanto per dire, spesso sembra di stare in una caserma o in un carcere, mica in una scuola.”

    “Qui noi insegniamo che il rispetto delle regole è fondamentale. Abbiamo deciso che esiste un dress code e tutti devono adeguarsi.”

    “Ha ragione, preside, ma io ho voluto provarci. Vai a vedere, mi sono detto, che per una volta vale più la persona che la regola.”

    “E no, ragazzo mio, le regole sono la base per il rispetto reciproco, per cui vanno rispettate, senza eccezioni per nessuno.”

    “Mi faccia pensare ad alta voce. È così raro poter parlare con una persona come lei. 

    Se vado per strada con le treccine posso farlo. A scuola no. Questo mi fa pensare che la scuola è un posto dove la mia libertà è minore. O sbaglio?

    E quindi devo scegliere tra le treccine e la scuola.”

    “Non sbagli.”

    “Mi scusi, preside, ma io sono stato coinvolto quando avete deciso queste regole?”

    “No, le abbiamo decise con i tuoi genitori”

    “Quindi un accordo tra adulti. Bene.

    Mettiamo che io ne faccia una questione personale, e che senta che se non amate le mie treccine non amate me, e che quindi decida, fin tanto che non ricorriate alla forza, di tener fede a qualcosa che amo e a cui non voglio rinunciare.

    Voi continuereste a dirmi che devo tagliarmele perché una regola è più forte dell’affetto?”

    “Certamente, tu devi capire che per diventare dei buoni adulti bisogna rispettare le regole”

    “Non sarebbe sufficiente rispettare la regola “non fare del male a nessuno e non farne soprattutto a te stesso” e il resto affrontarlo con il desiderio della libertà e del volersi bene?”

    “La fai facile tu. Io devo governare una massa di ragazzi e ottenere da loro ordine e disciplina, che sono alla base di una sana programmazione del lavoro che dobbiamo fare insieme.”

    “Da come lo dice capisco tre cose e non mi piacciano: a scuola c’è meno libertà che fuori dalla scuola, a scuola c’è meno tolleranza e affetto che fuori dalla scuola. Ma allora la scuola a che serve?”

    “A far crescere cittadini con il senso del rispetto per l’autorità, per le regole comuni. A farvi diventare dei buoni cittadini.”

    “E per questo è necessario avere così tanta paura della nostra libertà da imporre regole che nulla hanno a che fare con una convivenza pacifica?

    Sembra, posso sbagliarmi, che la scuola sia spesso il luogo del noi contro voi, non del noi insieme a voi.

    E questo mi piace molto meno delle mie treccine. Ma siccome ne fate una questione di forza, ho deciso di rinunciare alle mie treccine. E spero di dover rinunciare solo a loro e non a un mio modo di crescere senza dover giocare sempre a guardie e ladri, voi guardie e noi ladri di un po’ di libertà, di divertimento, di serenità e di affetto.

    Comunque non mi pare bello che lei dica che il vostro progetto educativo per me richiede un tipo di contenimento diverso rispetto a quello di un altro. 

    E per finire: l’idea che la mia scelta estetica fosse una sfida contro l’autorità è una vostra interpretazione. Io semplicemente mi piacevo di più.


  • 1) Il governo si impegna a far sì che ogni uomo e ogni donna, ogni bambina e ogni bambino, siano messi nelle condizioni ideali per poter passare la vita giocando i giochi più belli.

    Nella fase iniziale del suo programma questo obiettivo viene garantito ai ragazzi fino all’età di diciotto anni e ai loro insegnanti attraverso l’istituzione e la creazione di uno spazio a cui viene provvisoriamente attribuito il nome di scuola.

    Questo spazio viene protetto come un campo da calcio e ha un tempo definito. Così la scuola può essere riconosciuta come un gioco totalmente inventato al solo scopo di far diventare i ragazzi migliori evitando loro quegli stress ai quali, loro malgrado, gli adulti sono ancora costretti.

    2) Il governo vuole governare. Per questo si impegna a non subire passivamente le leggi di mercato, che impoverirebbero la sua capacità di agire e progettare.

    Il governo non considera il mercato una specie di Sibilla alla quale sottoporre le sue scelte o i suoi dubbi. 

    Il governo accetta di assumersi le sue responsabilità e si dà il tempo per provare a fare qualcosa nei settori chiave per il benessere (salute, scuola, relazioni sociali, divertimento).

    Il governo ha un progetto: facilitare la vita al maggior numero possibile di persone.

    3) Il governo presume di essere più intelligente del mercato; quando decide di provare qualcosa non lo sottopone al suo consenso.

    La sua idea è che il mercato passerà come sono passati Giove e Venere.

    4) Il governo si impegna nella gestione del presente, ma vuole recuperare una credibilità anche nell’immaginarsi il futuro. Per questo il governo ha bisogno di nuove generazioni che non siano condizionate da una scuola che le priva del loro spirito di iniziativa.

    5) Il governo è consapevole che amministrare le risorse, utilizzarle al meglio, richiede una capacità di scelta che poggia sul confronto con un progetto: i parametri fin ora usati vengono abbandonati dal governo in quanto non hanno portato alla soddisfazione del punto 1).

    6) Il governo si è convinto che il migliore presente possibile garantisce un futuro godibile. Il suo motto è riprendiamoci già da ora il futuro.

    A questo scopo tutto quello che può dare fiducia nel futuro viene incoraggiato. Bandisce la minaccia come mezzo di pressione. Si impegna a fare in modo che ogni individuo possa sentirsi artefice del suo futuro. Incentiva la possibilità di cambiare (che, a differenza della flessibilità, non viene imposta).

    7) Il governo, che molto investe nella scuola, ha a cuore la creazione di relazioni di collaborazione tra gli individui, in particolare la condivisione di progetti finalizzati al gioco, al divertimento, al piacere di stare insieme.

    8) Il governo restituisce a ogni cittadino la potestà sul proprio tempo riducendo la pressione pubblicitaria e la prassi burocratica.

    9) Il governo cerca di stare dalla parte del cittadino e di rendere disponibili risorse che non sarebbe possibile trovare individualmente.

    10) Il governo si preoccupa della qualità dei beni necessari a vivere e quindi, senza indugio, cerca di favorire la respirazione e l’alimentazione dei cittadini.

    11) Il governo ammette di avere ambizioni affettive.

  • DemocraziaAffettiva_151218

  • Diritto alla facilità: un master per creare relazioni migliori

    Articolo su

  • Un Master per la Pace

  • Siamo lieti di invitarvi al 
    Master di I livello in “Democrazia Affettiva e dialoghi per la pace”. Per lo sviluppo di un modello di relazioni fra pari che faciliti la convivenza pacifica,
    progettato dal Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia UNIFI e l’Associazione Centro Studi per la Democrazia Affettiva.
     
    Il Master forma figure professionali capaci di creare e migliorare un modello relazionale in grado di ridurre e risolvere conflitti e di tutelare il benessere personale, relazionale e organizzativo.
     
    Si tratta di una formazione teorico-esperienziale suddivisa in 7 moduli (si veda programma allegato) che si svolgerà in media con un weekend al mese, presso il Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze, via Laura, 48. 
     
    Al Master possono iscriversi coloro che hanno conseguito una laurea triennale. 
    In particolare, ma non solo, può interessare docenti, educatori, formatori, consulenti, ricercatori, operatori sociali e sanitari, mediatori culturali, manager e manager delle risorse umane, allenatori sportivi, operatori della Polizia di Stato, giuristi, funzionari dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali.
     
    Al termine del Master verrà rilasciata una certificazione pari a 60 CFU. 
    Il periodo di svolgimento del Master è da gennaio 2019 a gennaio 2020. Da gennaio a luglio si svolgeranno le attività didattiche in aula: da luglio a gennaio attività si svolgeranno gli stage formativi.
     
    Per partecipare al Master è necessario iscriversi compilando questo modulo, scaricabile dal sito: https://www.unifi.it/p11432.html#democrazia entro il 14 dicembre 2018.  La graduatoria degli ammessi verrà pubblicata il 19 dicembre 2018.
     
    Parte della quota del Master può essere pagata con il bonus della Carta Docente. Sono inoltre disponibili 4 borse di studio messe a disposizione da tre Rotary Club della Toscana, e dal Centro Studi per la Democrazia Affettiva a supporto della quota di iscrizione. 
    Il Master viene realizzato in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana, la Cattedra Transdisciplinare UNESCO di Firenze e con il Centro per l’UNESCO di Firenze.
     
    Per ulteriori richieste di informazioni è possibile visitare il sito web https://www.unifi.it/p11432.html#democrazia oppure scrivere alla Segreteria del Master: master.prof.guetta@gmail.com.
     
    Ringraziamo per l’attenzione e speriamo vivamente nella vostra partecipazione.
     
    Cordiali Saluti,
    La Segreteria del Master