“Sono compatibili, sono pronunciabili insieme, le parole diritto e amore? O appartengono a logiche conflittuali, tanto che l’una e l’altra cercano reciprocamente di sopraffarsi?

Stefano Rodotà, “Diritto d’amore” 2015

E subito viene da pensare ad Antigone e Creonte, e al mai risolto problema delle leggi umane e di quelle dei sentimenti

Nessuno trovò come mitigare con la musa e i multisoni canti mitigare i tristi cordogli degli uomini. Eppur, questo sarebbe gran vantaggio, i mortali con i cantici risanare

Euripide: Medea 431 a.C.

 

 

 

 

La giustizia garantisce la qualità della vita insieme: in questo senso la giustizia ha un elevato valore affettivo e interviene quando si verifica un fallimento relazionale.

Utilizziamo un comportamento affettivo quando rinunciamo non solo all’idea di produrre sofferenza, ma anche all’idea che la sofferenza possa avere una qualche utilità.

Kant sosteneva che “se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra”.

Quando, in una crisi di affettività, una delle parti sente il bisogno di affidarsi alla giustizia, significa che la speranza di ricomporre la relazione è fortemente ridotta.

In quel momento qualcuno chiede giustizia, ovvero che la giustizia rimetta a posto l’offesa gravissima che viene subita quando ci si sente dire di non essere più amati, e ancora di più, per rincarare la dose, quando i comportamenti smettono di essere amorosi e diventano particolarmente scortesi.

Dunque compito della giustizia è ricomporre la lacerazione di un tessuto sociale, non solo riparandolo, ma, a mio parere, cercando di apprendere da quello che sta affrontando, per delineare gli interventi necessari a rigenerare non solo quel tessuto leso, ma il tessuto sociale nel quale quella relazione trovava sostentamento e sostegno.

La giustizia deve avere anche un valore rigenerativo.

 

Nel campo della affettività, le intra e le inter relazioni sono i pilastri della qualità della vita insieme.

La intra relazione è il modo in cui ognuno di noi apprende a trattare sé stesso. È una relazione appresa per imitazione e su questo occorre riflettere e lo faremo se me lo chiederete.

Di solito trattiamo gli altri nel modo in cui siamo stati trattati.

 

Le inter relazioni che ci interessano sono quelle di prossimità.

Tutte le relazioni con gli altri possono essere divise in due insiemi: le relazioni obbligate e le relazioni scelte.

Le relazioni obbligate sono solo due: quella che ognuno ha con sé stesso (e nella quale può scegliere di trattarsi bene o male, ma non di non frequentarsi) e quelle familiari.

Tutte le altre relazioni affettive sono basate sulla mancanza di obbligo.

Nessuno è obbligato, o può essere obbligato, a stare in una relazione amorosa che non sceglie.

Questo dobbiamo tenerlo presente nella nostra riflessione.

 

Bene, facciamo un attimo di pausa e immaginiamo di essere presenti alla celebrazione del matrimonio di due nostri amici molto cari.

Ascoltiamo il sindaco.

Ha finito la parte che gli compete e sentiamo cosa sta dicendo:

“Dopo la lettura degli articoli del Codice civile riguardanti i diritti e i doveri dei coniugi, voglio aggiungere una piccola precisazione personale, che mi auguro possa tornarvi utile.

Come avete sentito non è scritto da nessuna parte, e quindi non esiste, il diritto di essere amati.

Proprio in questo momento in cui scegliete di fare un patto tra di voi, voglio che ricordiate che non si può imporre a nessuno il dovere di amare, o non amare, qualcun altro. Neanche se ci ha amato per qualche periodo, o se ha promesso, nell’intimità, di farlo per sempre.

Finché amore e libertà viaggiano insieme e si fanno buona compagnia e si sostengono nei momenti più critici, tutto va per il meglio.

Quando i loro percorsi si separano sono problemi, problemi seri.  Euripide avrebbe detto: una tragedia.

Un contratto non può garantire la profondità dei sentimenti e neanche la loro durata.

Pensare di far valere, con una guerra, il diritto di essere amati sta alla base dell’elevatissima conflittualità che si sprigiona, in molti casi, quando l’amore finisce. Resta l’obbligo e la scelta di trattarsi bene, rispettandosi. Entrambi. Non di continuare ad amarsi.

In questo senso diritto e amore sono un ossimoro. Tantissimi auguri e fate di tutto per continuare a essere felici.”

 

Tutti i matrimoni, possiamo immaginare, sono consensuali, mentre raramente lo sono le separazioni, anche quando si definiscono così.

Il carattere asimmetrico e punitivo della rottura matrimoniale non va mai sottovalutato (ti lascio perché non sei più all’altezza del mio amore, col tempo sei diventato/a inadeguato/a, quindi non amabile) perché la persona che viene lasciata si sente, comprensibilmente, svalutata.

Chi vuole mettere fine a una storia d’amore spesso tratta la persona con la quale ha vissuto in intimità, fino a poco prima, come un essere fastidioso, poco incline a riconoscergli la libertà di provare a essere felice.

La trasforma in un oggetto di proprietà, di cui non sente più il bisogno, da espellere dalla propria vita (che era la vita di entrambi) da trattare scortesemente e da punire, se necessario e se si sente nella posizione di farlo.

Stare in una relazione di coppia presuppone una scelta, un sentimento, un’enorme fiducia, e, in ultimo, ma non ultimo, un grande senso della responsabilità.

Non credo che questa sia l’occasione per parlare d’amore, e un po’ mi dispiace, perché di amore se ne parla troppo poco, lasciando solo che succeda.

In un mondo incerto manca all’amore una cornice sociale che lo confermi e lo stabilizzi: l’amore resta uno stato speciale, spesso temporaneo, al quale non siamo abituati a dedicare tempo e che non siamo allenati a trasformare in affetto, in “trattare bene”.

Giasone ama Medea e Medea ama Giasone, ma quando la relazione si rompe la furia devastatrice finisce per sostituire il bene che li ha tenuti insieme.

Così come diritto e amore sono un ossimoro, lo sono anche la forza e l’amore: in questo senso credere che la giustizia abbia la forza necessaria a imporre l’affetto è molto inefficace, anche nel rapporto con i bambini.

L’affetto non può essere imposto per legge.

Tra i maltrattamenti che la legge riconosce e punisce e le scortesie frutto di una cultura sbagliata della relazione c’è un vuoto che non può essere colmato dalle decisioni di nessun giudice.

Cosa possiamo fare noi che siamo chiamati a intervenire, lungo quel confine molto fragile che divide il “Noi” dal “loro”.

Possiamo costruire un modello relazionale che possa costituire un esempio e una riflessione per le parti, che essendo in causa e addolorate, non sembrano capaci di superare la rabbia per l’abbandono o per la libertà ostacolata.

Quindi adoperarci perché tutti gli attori non protagonisti scelgano di recitare una forma diversa di tragedia, non lasciandosi schiacciare nel ruolo di spettatori, ma non prendendo parte attiva al ricorso alla forza.

Questo riguarda chi giudica e decide, e quelli che lo aiutano nel raggiungimento del comune scopo: generare o rigenerare una società tra pari che rinunci alla forza come unico mezzo per ricomporre le divergenze.

Quindi dovremmo fare in modo che giudici, avvocati, consulenti definiscano tra loro un codice di comportamento dal quale non derogare: un codice che garantisca, pur nella differenza delle competenze, il rispetto della parità di ogni collaboratore e la pazienza dell’archeologo prima, che usa una gran cura nell’evitare di fare danni scegliendo strumenti poco invasivi per conoscere, e poi l’abilità del restauratore che sa di dover fare un lavoro lungo, difficile e attento.

Un clima di serena collaborazione può fare da filtro alla inevitabile conflittualità delle parti.

Noi sappiamo che nostro primario interesse è una società degli affetti capace di generare il maggiore benessere possibile in tutti i suoi componenti.

Non solo nei bambini, ma anche nei padri e nelle madri.

In questo dobbiamo certamente tener presente che solo i bambini possono reclamare il diritto di sentirsi e di essere amati.

Noi adulti dobbiamo invece fare un patto, un contratto, che preveda un codice di comportamento gentile quando, soprattutto quando, non esiste più l’amore.

È possibile cominciare a farlo tra noi che dedichiamo il nostro tempo ad aiutare le persone a risolvere i loro problemi (e, non dimentichiamolo, ci esponiamo a mettere in luce i nostri di problemi)?

La qualità delle relazioni, e la loro mancanza di benessere, ci colpisce e ci interessa direttamente, in quanto ci occupiamo di situazioni che fanno parte della nostra quotidianità di padri, madri, figli.

Dobbiamo allora prepararci ad affrontare questioni che stanno al confine tra il bisogno di giustizia e il bisogno di affetto: noi dobbiamo sapere che non trattiamo argomenti che hanno una soluzione “giusta”.

La cosa più impegnativa che dobbiamo fare è non schierarci, non prendere parte al conflitto. Almeno a cominciare da noi.

La crisi di una coppia rappresenta un pericolo per il presente e per il futuro della nostra vita, nostra, non solo della coppia e dei loro figli.

Il nostro compito è dimostrare che è possibile lenire il dolore, invece che alimentarlo. E per far questo occorre essere tutti d’accordo nel non fare la guerra tra noi.

A chi attraversa una crisi che cambierà la propria vita con una tensione ulteriore che deriva dal sapere che il peggioramento della vita di uno dei due è la necessaria conseguenza del miglioramento della vita dell’altro, occorre dare una prospettiva certamente diversa, ma anche gli strumenti culturali ed esperienziali per sentirsi adeguati ad affrontarla senza pensare di aggredirla.

Il tradimento del contratto chiude nella spirale del dolore e della rabbia, della vendetta. Le relazioni intime rappresentano un forte elemento di rischio per la mancanza di controllo che sembrano implicare: in molti pensano di avere acquisito un diritto e vogliono farlo valere anche a costo di farsi e di fare male.

Per molti chiedere giustizia equivale a voler punire chi ha sbagliato, a volerlo fare soffrire.

“Secondo Jeremy Bentham, che teorizzò per primo un approccio utilitaristico alla punizione nel 1780, “tutte le pene producono danni”, poiché sono causa di sofferenza.

Per non sentirsi soli ad affrontare il dolore, ci vuole una comprensione sociale e un approccio che si proponga di ridurre, non di aumentare o distribuire la sofferenza all’interno del complesso sistema di relazioni affettive.

Alla fine, quando viene il momento di prendere decisioni che riguardano la vita degli altri, occorre ancor più tenere presente che l’affetto non può essere imposto per decreto: e riflettere che quanto maggiore è la forza necessaria per imporre una decisione (per quanto buona) tanto minore è la possibilità di ottenere i risultati desiderati nel lungo periodo.

Un altro aspetto importante riguarda la pretesa che i figli ci amino, senza se e senza ma. Solo per il fatto che sono figli: è il loro ruolo a imporre che devono stare in rapporto con noi.

Ancora una volta una questione di status sociale: nel tuo contratto rientra anche il tuo amore per me, qualsiasi cosa io faccia o qualunque sia la tua percezione del mio modo di amarti.

Con i minorenni occorre fare un ulteriore sforzo e ricordare che loro sono coinvolti contro i loro interessi in un conflitto che non avrebbero né immaginato né voluto.

In questo conflitto vengono inevitabilmente invitati a schierarsi: questo è il mio avvocato e quello è il suo. Questo è il nostro consulente e quello è il suo.

Questa organizzazione, come dicevo, può essere immaginata e voluta dalle parti in litigio, ma non deve essere avallata dai professionisti, in modo che i giovani non vengano coinvolti nella professionalità del conflitto.

I professionisti devono essere oltre il conflitto perché è il conflitto che rappresenta un pericolo (non un vantaggio) anche per loro e per la socialità nella quale vivono.

Proviamo, con tutto il nostro impegno, a dare torto, almeno in questo, a Lucio Anneo Seneca.

Il filosofo che per primo si occupò approfonditamente di come gestire il conflitto, dava un consiglio: per ridurre la rabbia dovete evitare gli avvocati e le azioni legali.

Oggi avrebbe aggiunto anche gli psicologi.

Propongo quindi di cambiare il nostro approccio e di fare del nostro intervento un momento nel quale noi professionisti offriamo un esempio della possibilità di affrontare situazioni difficili e dolorose senza confliggere tra noi e mettendo a disposizione di chi è in difficoltà tutto quello che hanno espulso dalla loro vita a causa della scelta di confliggere: ascolto, rispetto, pazienza, disponibilità, tempo abbondante.

Il nostro contributo deve avere un obiettivo chiaro: DARE UNA POSSIBILITA’ ALLA PACE a partire dalla relazione tra noi.

 

Leave a Reply