Scegliere di morire, quando non si può più tollerare di vivere

Molti, troppi, decidono di togliersi la vita, in modo tragico, violento. Lo fanno annunciandolo o improvvisamente. Lo fanno senza chiedere il permesso o l’aiuto a nessuno.

E noi consideriamo disumano il loro modo di lasciare la vita. Forse meno disumano del prezzo pagato per vivere. Certo avremmo preferito che non lo facessero. Almeno che non morissero con quella rabbia. Quella determinazione. Da soli. 

Chi invece non vuole più vivere, ma non ha la forza o il coraggio di maltrattarsi ancora una volta, un’ultima volta, cosa deve fare? Continuare a soffrire o provare a chiedere un aiuto? 

Di queste persone, almeno in Italia, non se ne può ancora parlare.
Il contatto con la violenza e la brutalità dell’atto di chi muore per sua scelta fa nascere una domanda.

Cosa significa essere umani? 

E ancora, è possibile trattare umanamente una persona a noi cara nel momento della massima, dolorosissima difficoltà della decisione ultima?

Di questo parliamo quando parliamo di suicidio assistito.

La sentenza della Cassazione non considera reato accompagnare amorevolmente coloro la cui sofferenza è certificata da equipe di medici, e che, prigionieri del proprio corpo, non hanno nessuna possibilità di agire da soli.

Ora è necessaria una legge a loro tutela, soprattutto a loro tutela, e che liberi anche i medici dal sentirsi obbligati a fare qualcosa che non vogliono fare.

Una legge toccata da sentimenti di solidarietà, di umanità, di immedesimazione con chi non ha altra possibilità che sperare di trovare qualcuno che lo liberi dalla sua impotenza.

Una legge che affermi che disumana è la violenza, umana la compassione.

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