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Treccine bleu a Napoli | Democrazia Affettiva

Una giornata di scuola: la prima. 

Un ragazzino di tredici anni si sta avvicinando all’ingresso, e già questa è una bella notizia. Ha un grappolo di treccine blu elettrico sulla testa e una chiostra di rasatura intorno. 

La preside lo vede, gli va incontro:

“Ma lo sai che ti sta proprio bene questa pettinatura? Immagino che ti ci sia voluto un sacco di tempo e un bel po’ di attenzione e di cura per pettinarti così.”

“Si. Sono molto fiero del risultato e mi fa piacere che anche lei lo apprezzi.”

“Abbiamo un problema però. Sai che il regolamento scolastico vieta di entrare in classe pettinato così.”

“E lo so preside, questi regolamenti ci rendono la vita molto difficile: è vietato questo, non è consentito quello. Tanto per dire, spesso sembra di stare in una caserma o in un carcere, mica in una scuola.”

“Qui noi insegniamo che il rispetto delle regole è fondamentale. Abbiamo deciso che esiste un dress code e tutti devono adeguarsi.”

“Ha ragione, preside, ma io ho voluto provarci. Vai a vedere, mi sono detto, che per una volta vale più la persona che la regola.”

“E no, ragazzo mio, le regole sono la base per il rispetto reciproco, per cui vanno rispettate, senza eccezioni per nessuno.”

“Mi faccia pensare ad alta voce. È così raro poter parlare con una persona come lei. 

Se vado per strada con le treccine posso farlo. A scuola no. Questo mi fa pensare che la scuola è un posto dove la mia libertà è minore. O sbaglio?

E quindi devo scegliere tra le treccine e la scuola.”

“Non sbagli.”

“Mi scusi, preside, ma io sono stato coinvolto quando avete deciso queste regole?”

“No, le abbiamo decise con i tuoi genitori”

“Quindi un accordo tra adulti. Bene.

Mettiamo che io ne faccia una questione personale, e che senta che se non amate le mie treccine non amate me, e che quindi decida, fin tanto che non ricorriate alla forza, di tener fede a qualcosa che amo e a cui non voglio rinunciare.

Voi continuereste a dirmi che devo tagliarmele perché una regola è più forte dell’affetto?”

“Certamente, tu devi capire che per diventare dei buoni adulti bisogna rispettare le regole”

“Non sarebbe sufficiente rispettare la regola “non fare del male a nessuno e non farne soprattutto a te stesso” e il resto affrontarlo con il desiderio della libertà e del volersi bene?”

“La fai facile tu. Io devo governare una massa di ragazzi e ottenere da loro ordine e disciplina, che sono alla base di una sana programmazione del lavoro che dobbiamo fare insieme.”

“Da come lo dice capisco tre cose e non mi piacciano: a scuola c’è meno libertà che fuori dalla scuola, a scuola c’è meno tolleranza e affetto che fuori dalla scuola. Ma allora la scuola a che serve?”

“A far crescere cittadini con il senso del rispetto per l’autorità, per le regole comuni. A farvi diventare dei buoni cittadini.”

“E per questo è necessario avere così tanta paura della nostra libertà da imporre regole che nulla hanno a che fare con una convivenza pacifica?

Sembra, posso sbagliarmi, che la scuola sia spesso il luogo del noi contro voi, non del noi insieme a voi.

E questo mi piace molto meno delle mie treccine. Ma siccome ne fate una questione di forza, ho deciso di rinunciare alle mie treccine. E spero di dover rinunciare solo a loro e non a un mio modo di crescere senza dover giocare sempre a guardie e ladri, voi guardie e noi ladri di un po’ di libertà, di divertimento, di serenità e di affetto.

Comunque non mi pare bello che lei dica che il vostro progetto educativo per me richiede un tipo di contenimento diverso rispetto a quello di un altro. 

E per finire: l’idea che la mia scelta estetica fosse una sfida contro l’autorità è una vostra interpretazione. Io semplicemente mi piacevo di più.

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